Analisi metaforica di una ferita.

Quando una ferita prude è segno che sta guarendo.”

Questa frase me la ripeteva sempre mia madre quando, da piccola, andavo incontro alle classiche cadute e sbucciature tipiche dell’infanzia. Ed è la stessa frase che mi sono ripetuta questa mattina quando, istintivamente, ho cominciato a grattarmi la crosticina del taglio che giorni fa mi sono fatta al dito mignolo.

E la metafora è arrivata come un lampo a ciel sereno.

Ci accorgiamo delle nostre ferite solo quando sentiamo il dolore. Questo allarme fisico ci comunica che, in qualche modo, ci siamo fatti del male o qualcuno lo ha fatto a noi; così, tutto a un tratto, come se avessimo preso coscienza solo in quel momento, prestiamo attenzione al nostro corpo, lo scandagliamo e ci soffermiamo sulla zona che è dolorante. Diamine che male. La prima cosa che facciamo è “disinfettare” la ferita per evitare che sporcizia e corpi estranei la possano infettare. Ma anche disinfettare provoca dolore. Anche “isolare” la ferita provoca sofferenza. Però è l’unico modo che abbiamo per evitare che l’infezione, nel caso ci fosse, si possa propagare. Poi, se la ferita si trova in una zona del nostro organismo soggetta a movimenti che possono rallentarne la guarigione, applichiamo un cerotto; meglio se è colorato e divertente, tanto per sdrammatizzare e accendere un bel semaforo che dice “Ehi tu, guarda, mi sono fatto male“. Continua a leggere “Analisi metaforica di una ferita.”

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