Analisi metaforica di una ferita.

Quando una ferita prude è segno che sta guarendo.”

Questa frase me la ripeteva sempre mia madre quando, da piccola, andavo incontro alle classiche cadute e sbucciature tipiche dell’infanzia. Ed è la stessa frase che mi sono ripetuta questa mattina quando, istintivamente, ho cominciato a grattarmi la crosticina del taglio che giorni fa mi sono fatta al dito mignolo.

E la metafora è arrivata come un lampo a ciel sereno.

Ci accorgiamo delle nostre ferite solo quando sentiamo il dolore. Questo allarme fisico ci comunica che, in qualche modo, ci siamo fatti del male o qualcuno lo ha fatto a noi; così, tutto a un tratto, come se avessimo preso coscienza solo in quel momento, prestiamo attenzione al nostro corpo, lo scandagliamo e ci soffermiamo sulla zona che è dolorante. Diamine che male. La prima cosa che facciamo è “disinfettare” la ferita per evitare che sporcizia e corpi estranei la possano infettare. Ma anche disinfettare provoca dolore. Anche “isolare” la ferita provoca sofferenza. Però è l’unico modo che abbiamo per evitare che l’infezione, nel caso ci fosse, si possa propagare. Poi, se la ferita si trova in una zona del nostro organismo soggetta a movimenti che possono rallentarne la guarigione, applichiamo un cerotto; meglio se è colorato e divertente, tanto per sdrammatizzare e accendere un bel semaforo che dice “Ehi tu, guarda, mi sono fatto male“.

Risultato: di fronte al dolore di una ferita, provocata da altri o inflitta senza volere da noi stessi, non ci resta che disinfettarla, isolarla, piazzarci sopra una bella bandierina e aspettare che il corpo stesso la guarisca. Stop.

Poi, ad un certo punto della guarigione, una crosticina comincerà a formarsi per proteggere la zona ferita e permettere alla pelle di riformarsi; una bella pelle nuova, sana e forte. Questo corpo è una meraviglia, fa tutto da solo. Fantastico. Dopo qualche giorno la crosticina comincerà a prudere e voi saprete di per certo che la ferita sta guarendo e no, non dovete grattarvi pena il fallimento della funzione della crosta. Sarete tentati di toglierla forzatamente, è naturale, ma non dovete farlo; anche la crosta ha i suoi tempi e dovete rispettarli, forzarla significherebbe inficiare il suo duro lavoro. Siate pazienti, nonostante la vostra voglia di guarigione sia impellente. E’ complicato e imbarazzante vedersi feriti, lo capisco; prima si guarisce e meglio è.

E poi, un bel giorno, vi guarderete con stupore nel notare che la vostra ferita è totalmente guarita. Chissà quando è successo… nemmeno ve ne sarete accorti. Un giorno vi siete guardati e la crosta non c’era più. I misteri della vita. Il vostro corpo è tornato alla “normalità“.

Ma cosa succede quando non vi accorgete di esservi fatti male? Cosa succede quando non vi accorgete che gli altri vi hanno fatto del male? 

Nessuno vi avvisa tranne il dolore; e nemmeno in quel caso è contemporaneo alla ferita, anzi. Spesso il dolore si palesa dopo molto tempo e precisamente solo quando qualcosa – che io chiamerò attivatore– entra in contatto con la nostra ferita “attivandola” appunto. Allora e solo allora vi accorgerete che siete feriti; da chi o da cosa però non lo rammentate perché non eravate attenti al momento fatidico. Comincerete a chiedervi quando e come sia potuto succedere ma non lo ricorderete. Buio totale. Intanto il dolore urla e chiede attenzione, parecchia attenzione considerando che nemmeno vi ricordate la causa. Ci sarebbe persino da offendersi. Quindi, voi che fate?

Lo disinfettate, lo isolate, ci piazzate sopra una bella bandierina e aspettare che il corpo stesso vi guarisca. Stop. Il corpo farà ciò per cui è stato programmato, con i suoi tempi e i suoi modi e voi vivrete il tutto quasi con fastidio. Alla fine del processo, se il corpo è stato molto bravo e se la ferita non era particolarmente profonda, non vi rimarrà nemmeno una cicatrice. In caso contrario, il vostro corpo manterrà il ricordo dell’evento con un bel segno tangibile che voi, forse, odierete ma lui amerà.

Buona vita…

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